L'Eucarestia. Il massimo dono di Dio per noi.

Vangelo di Domenica 1 Luglio 2018

Sii proprizio a noi tuoi fedeli, Signore, e donaci i tesori della tua grazia, perché, ardenti di speranza, fede e carità, restiamo sempre fedeli ai tuoi comandamenti.

Ger 23, 1-6

Dal libro del profeta Geremìa

Dice il Signore:
«Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore.
Perciò dice il Signore, Dio d'Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io vi punirò per la malvagità delle vostre opere. Oracolo del Signore.
Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho scacciate e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; non ne mancherà neppure una. Oracolo del Signore.
Ecco, verranno giorni

Sal.22

RIT: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l'anima mia.

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.

Ef 2, 13-18

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni

Fratelli, ora, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo.
Egli infatti è la nostra pace,
colui che di due ha fatto una cosa sola,
abbattendo il muro di separazione che li divideva,
cioè l'inimicizia, per mezzo della sua carne.
Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti,
per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo,
facendo la pace,
e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo,
per mezzo della croce,
eliminando in se stesso l'inimicizia.
Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani,
e pace a coloro che erano vicini.
Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri,
al Padre in un solo Spirito.

Mc 6, 30-34

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Servi del gregge, non padroni

Profondamente radicata  nell'esperienza degli «aramei nomadi» (Dt 26,5), quali furono i Patriarchi di Israele appartenenti ad una civiltà pastorale, la metafora del pastore che guida il gregge esprime in modo mirabile due aspetti apparentemente contrari e spesso separati dell'autorità esercitata sugli uomini.

Il pastore è una guida che ama

È un uomo forte capace di difendere il suo  gregge contro le bestie feroci (1  Sam 17,34-37; cf Ut 10,16; At 20,29); ed è pure delicato verso le sue pecore, conoscendo il loro stato, adattandosi alla loro situazione, portandole sulle sue braccia (Is 40,11), amando teneramente l'una o l'altra «come una figlia» (2 Sam  12,3).

La sua autorità è indiscussa, fondata sulla devozione e sull'amore. Ma spesso l'autorità diventa una tentazione... Di fatto i pastori d'Israele si sono rivelati infedeli alla loro missione. Non hanno cercato Iahvè (Ger 10,21), si sono rivoltati contro di lui (Ger 2,8) non occupandosi del gregge, ma pascendo se stessi (Ez 34,3), lasciando che le pecore si smarrissero e si disperdessero (1a lettura). Ma Iahvè prenderà in mano il gregge (Ger 23,3), lo radunerà (Mic 4,6), lo condurrà e lo farà riposare in pascoli erbosi e ad acque tranquille (salmo responsoriale). Poi cercherà di provvederlo di «pastori secondo il suo cuore» finché non ci sarà che un solo pastore, un nuovo Davide con Iahvè per Dio.

La viva aspettativa degli antichi profeti ha il suo compimento in Gesù. «Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime» (1 Pt 2,25). Il tema del gregge disperso è comune alla 1a lettura come al vangelo, nel quale si dice che Gesù «si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore».

Gesù, buon pastore

Fra la promessa (Antico Testamento) e il suo compimento (Nuovo Testamento) vi è un parallelismo puntuale e antitetico: i capi sfruttano il popolo, mentre Gesù e i suoi discepoli si prodigano a tal punto per esso che non trovano neppure il tempo per mangiare; il popolo è disperso dai capi, mentre Gesù è il capo (pastore) che lo raduna; il popolo si costituisce in virtù di un potere regio estrinseco, mentre il nuovo popolo è convocato dalla parola di Gesù. Ma la divergenza di metodo si rivela più chiaramente da queste parole del Signore: «I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà  vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito...» (Mt 20,25-28).

Con queste e con molte altre parole il Nuovo Testamento dichiara che i pastori della Chiesa, messi da Dio a capo del suo popolo, hanno un modo totalmente diverso da quello del mondo di esercitare l'autorità.

A questo riguardo è molto significativo che ogni sacerdote e vescovo venga  ordinato in primo luogo diacono, cioè servitore: l'essere umilmente a servizio di tutti resta un elemento fondamentale di tutta la loro opera.

Per un servizio più pieno

In ogni società il servizio disinteressato non desta mai troppi entusiasmi. Si tratta perciò di una funzione della quale il sacerdote (il pastore) non verrà facilmente privato. Secondo le sue possibilità egli conserva qualche cosa del distacco e della libertà assoluta del Signore. Egli viene reso libero per essere legato al popolo di Dio, senza preoccupazioni personali, per addossarsi il peso delle preoccupazioni della Chiesa.

Per questo la Chiesa d'Occidente ha deciso di ordinare sacerdoti soltanto coloro che, a questo fine, intendano rimanere celibi. Il senso del celibato è per una più piena disponibilità di servizio verso i fratelli. Nello stesso tempo si fa sempre più acuta la consapevolezza che il sacerdote non debba essere ricco: le cose dividono il cuore e sono fonte di divisione fra le persone.

Ma in una Chiesa che vuoi porsi a servizio del mondo, non sono solo i pastori che debbono avere una «coscienza diaconale» o di servizio, ma tutti i cristiani. Il cristiano non può vivere né per sé né a sé. È un membro di un organismo, appartiene al corpo, e deve avere, nella docilità allo Spirito Santo che lo anima, la disponibilità a servire questo corpo, che è il  corpo di Cristo. «Voi non appartenete a voi stessi» (1 Cor 6,19). «Siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri» (Rm 12,5).

Non basta essere chiamati cristiani,

ma bisogna esserlo davvero

Dalla «Lettera ai cristiani di Magnesia» di sant'Ignazio di Antiochia, vescovo e martire  (Intr.; Capp. 1, 1 5, 2; Funk 1, 191-195)

Ignazio, detto anche Teoforo, alla chiesa benedetta dalla grazia di Dio Padre, in Cristo Gesù nostro Salvatore: in lui saluto questa chiesa che è a Magnesia sul Meandro e le auguro di godere ogni bene in Dio Padre e in Gesù Cristo.

Ho appreso che la vostra carità è perfettamente ordinata secondo Dio. Ne ho provato grande gioia e ho deciso di rivolgere a voi la parola nella fede di Gesù Cristo. Insignito di un'altissima onorificenza, cioè delle catene che porto ovunque con me, canto le lodi delle chiese e auguro loro l'unione con la carne e lo spirito di Gesù Cristo, nostra vita eterna, nella fede e nella carità, più desiderabile e preziosa d'ogni bene. Auspico per loro soprattutto l'unione con Gesù e il Padre. In lui resisteremo a ogni assalto del principe di questo mondo, sfuggiremo dalle sue mani e giungeremo a Dio.

Ho avuto la grazia di vedervi nella persona del vostro vescovo Damas, uomo veramente degno di Dio, dei santi presbiteri Basso e Apollonio e del diacono Sozione, mio compagno nel servizio del Signore. Possa io trarre profitto dalla presenza di Sozione, perché è sottomesso al vescovo come alla grazia di Dio e al collegio dei presbiteri come alla legge di Gesù Cristo.

Non dovete approfittare della giovane età del vescovo, ma avere per lui ogni rispetto, considerando l'autorità che gli è stata conferita da Dio Padre. So che fanno così anche i venerandi presbiteri, che non abusano della sua evidente età giovanile, ma, da uomini prudenti in Dio, gli stanno soggetti vedendo in lui non la sua persona, ma il Padre di Gesù Cristo, vescovo di tutti. Ad onore di colui che ci ama conviene ubbidire senza ombra di finzione perché altrimenti non si inganna questo vescovo visibile, ma si cerca di ingannare quello invisibile. Qui non si tratta di cose che riguardano la carne, ma Dio, che conosce i segreti dei cuori.

Non basta essere chiamati cristiani, ma bisogna esserlo davvero. Ci sono alcun che hanno si il nome del vescovo sulle labbra, ma poi fanno tutto senza di lui. Mi pare che costoro non agiscano con retta coscienza, perché le loro riunioni non sono legittime, secondo il comando del Signore.

Tutte le cose hanno fine, e due termini ci stanno davanti la vita e la morte. Ciascuno andrà al posto che gli spetta. Vi sono, per così dire, due monete, quella di Dio e quella del mondo, e ciascuna porta impresso il proprio contrassegno. I non credenti hanno l'impronta di questo mondo, ma i fedeli che sono nella carità portano impressa l'immagine di Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo. Se noi, con la grazia sua, non siamo pronti a morire per partecipare alla sua passione, la sua vita non è in noi.

Commento di Paolo Curtaz

Le ferie di Dio

Ecco cosa mi ferisce veramente nell’assistere, dai confini dell’Impero, al feroce dibattito che ruota, in questo inizio d’estate, intorno alla questione dei migranti: la mancanza di compassione.

Non le diverse posizioni, non le legittime obiezioni (quella che stiamo facendo non è accoglienza), non le implicazioni politiche o sociali. Ma il livello di durezza e di cinismo che percepisco nei commenti, nelle rivendicazioni, nelle chat urlate.

Come se il cattivismo, oggi, andasse di moda.

Come se l’egoismo e la rabbia fossero diventati, improvvisamente, una virtù.

Essere buoni non significa essere fessi, o vivere nel mondo fatato di Heidi, ci mancherebbe.

Ma nemmeno sentirsi in colpa per avere ancora il coraggio di restare uomini. Di piangere di dolore davanti all’immagine di uomini e donne e bambini che muoiono annegati nel tentativo di migliorare la propria condizione di vita.

Se scompare anche la compassione dai nostri cuori, dai nostri giudizi, dalle nostre scelte, allora l’umanità è davvero finita.

Compassione che non è pena, ma mettersi nei panni degli altri e, insieme, cercare soluzioni.

Quella compassione, quel patire insieme, quel sentire con te, di cui Cristo è Maestro.

È una pagina evangelica opportuna ed efficace, quella di oggi.

I sentimenti di Cristo

È la compassione a caratterizzare il brano di oggi.

Quella che Gesù prova nei confronti dei suoi discepoli, che tornano entusiasti dalla missione. È andata bene, molto.

Gesù scoppia di gioia nell’ascoltare i racconti pieni di entusiasmo dei suoi discepoli.

Gioisce della nostra gioia, il Signore. Gioisce nel vedere i suoi figli crescere.

Non fa come noi che, a volte, velatamente proviamo un’insana invidia verso chi è più felice di noi…

Ed è attento allo stato d’animo dei suoi. Sono felici, certo, ma anche stanchi, molto stanchi.

Allora propone loro una vacanza.

Ci sono ancora tante cose da fare, malati da accudire, demoni da cacciare, parole da annunciare. Tutto è urgente, tutto è emergenza, tutto è necessario.

Lo vedo nei volti stanchi di amici preti consumati dalla pastorale, divorati dalle esigenze dei parrocchiani, travolti dalle cose da fare. Quelli che si lasciano raggiungere e mangiare, certo, non quelli nascosti dentro le sacrestie.

È importante l’annuncio. Ma ancora più importante è avere qualcosa da annunciare.

Qualcuno da annunciare. Che possiamo annunciare solo se lo abbiamo conosciuto e ancora lo conosciamo.

Lo sa bene Gesù.

Un prete stanco, stanca i parrocchiani.

Una mamma stanca, stanca i figli.

E ci invita ad andare in vacanza con lui. Magnifico!

Pecore perdute

Tutto va per il meglio ma, appena giunti nel luogo del riposo, li attende una folla di persone.

Io mi sarei irritato! Ma come, dopo tutta la fatica che ho fatto per riposarmi, mi ritrovo il capoufficio come vicino di ombrellone?

Gesù non si arrabbia. Perché ama. Perché ha fatto della sua vita un dono.

E mette gli altri al centro delle sue scelte.

Ha compassione di noi, di me. Sa che siamo persi se qualcuno non ci aiuta e non ci indica la strada.

Sa quanto siamo fragili e come dietro le sbruffonate nascondiamo dolore e paura.

E allora parla.

Sì, parla.

Evangelizza.

La cosa più importante che Dio ci dona è la sua Parola. La comprensione degli eventi alla luce del disegno di Dio. La scoperta, straordinaria e colma di emozione, di saperci amati. Sul serio. Per sempre.

Dio ha compassione di me.

Vacanze?

Quanto è difficile, ormai, andare in vacanza!

E che tristezza vedere persone anziane barricate in casa per sconfiggere il caldo senza possibilità di uscire per fare una passeggiata! E, in contraddizione, leggere su qualche rivista patinata di persone che spendono decine di migliaia di euro per stare in luoghi esotici ed esclusivi!

Gesù ha un’idea tutta sua di vacanza: stare in disparte, riposare, coltivare il silenzio e il rapporto con la natura.

Ecco una prima, preziosa indicazione: la vacanza è il tempo per riscoprire la propria anima, la propria interiorità. Va benissimo riposare il corpo, fare un po’ di movimento, cambiare i ritmi di lavoro, dormire qualche ora in più, stare in famiglia. Ma, nel contempo, dedichiamo qualche tempo alla lettura spirituale, alla passeggiata nella natura, al silenzio contemplativo.

Da montanaro quale sono, sapeste che tristezza provo nel vedere turisti che anche in mezzo alla Cattedrale che è il Creato si stordiscono di musica e di connessione internet!

Abbiamo il coraggio del silenzio, riprendiamo in mano la nostra interiorità.

Un buon libro, una buona lettura, ci possono accompagnare e sostenere.

Eccoci in vacanza, ovunque siamo.

Spalanchiamo il nostro cuore alla compassione. Impariamo da Lui, che è mite ed umile di cuore

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